Guidonia / La lunga marcia dei cavatori: corteo e sciopero generale contro le decisioni del Comune

In Primo Piano da Yari Riccardi Commenti

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“Tutto questo non può e non deve essere fatto sulla pelle dei lavoratori”. Mentre un’altra cava è stata chiusa, mentre dal Comune non arriva nessun passo in avanti ma soltanto una conferma del pugno duro – quell’accetta della quale abbiamo parlato dopo il consiglio comunale – arriva lo sciopero generale dei lavoratori del settore estrattivo, tutti coinvolti dalla tempesta di queste settimane, che ha già portato a due cave chiuse, a numerosi licenziamenti e a un intero comparto, indotto compreso, che vede soltanto nuvole oscure intorno al proprio futuro.

Sarà mercoledì 12 settembre il giorno della lunga marcia degli operai: i sindacati di settore CGIL, CISL e UIL, hanno dato appuntamento alle 9 all’altezza della Triade, per arrivare di nuovo sotto al palazzo comunale, ancora meta di una protesta impossibile da condannare. Padri, figli, fratelli, giovani e meno giovani: ci sono intere generazioni a rischio, storie di mani ruvide, di fatica, di sudore. Storie che questo territorio ha raccontato per anni, e che rischiano di diventare storie di un passato mai così vicino come oggi.

“La nostra è una lotta per difendere il posto di lavoro e l’ambiente”. Così si apre la nota delle organizzazioni sindacali, che confermano un qualcosa da sempre messo in contrapposizione da molti, ma che mai come oggi può e deve rappresentare le due facce della stessa medaglia. Il lavoro non può escludere l’ambiente, la tutela ambientale non deve escludere l’occupazione.

La protesta, come ormai noto, arriva dopo i quattro giorni infuocati della scorsa settimana. “Torniamo in piazza per manifestare contro la decisione del Comune sulle cave che ha come drammatica conseguenza la perdita di 2000 posti di lavoro, con gravissimi effetti sulle famiglie e sull’intera economia cittadina”. Facile capire il perché, e fa specie che chi ha scelto la strada della chiusura non abbia pensato alle conseguenze: non si parla soltanto di cavatori, ma di un indotto che parla di artigiani, di ditte individuali, di chi ha il compito della manutenzione, dei benzinai, degli operai generici, dei camionisti. Un mondo, un intero settore, centinaia di persone che grazie a quel travertino si sono sposati, hanno cresciuto figli, si sono potuti permettere vacanze. Hanno realizzato sogni.

Il problema non è soltanto quello dell’occupazione. Perché la chiusura delle cave ha l’inevitabile conseguenza di consegnare il territorio all’abbandono e al rischio di creare discariche nelle cave abbandonate.

Lavoratori dunque di nuovo in strada. L’obiettivo è quello di arrivare alla sospensione delle decisioni del Comune, e di aprire un immediato tavolo di confronto per “regolamentare, rinnovare e ristrutturare il sistema di estrazione e lavorazione del travertino”. Un modo c’è e deve esserci. Se un albero cresce storto non viene tagliato, ma viene aiutato a correggere la rotta e ad alzarsi forte e robusto. La questione delle cave a Guidonia è più che trentennale, ma non può essere risolta a colpi di “ordinanze-mannaia”. Questione di metodo, nulla di più. Del merito hanno parlato i sindacati – così come gli imprenditori, che numerose proposte hanno presentato in questi giorni – ricordando l’obiettivo di “incentivare la realizzazione dell’intera filiera in loco, dall’estrazione al prodotto finito, e quello di bonificare le cave dismesse”. Basterebbe un cronoprogramma, una road map, obiettivi chiari, sanzioni specifiche in caso di non ottemperanza. In gioco non c’è soltanto il futuro delle ditte, ma di migliaia di lavoratori. Non è più una questione ambientale. E’ un dramma sociale, forse senza precedenti da queste parti. Un dramma che non può essere trattato a colpi di burocrazia. Perché si parla di vite, di storie, di famiglie. Di mani scorticate da un lavoro faticoso, ma dignitoso e nobile. Lo raccontano e lo racconteranno gli occhi e le voci di quei lavoratori che torneranno a colorare le strade e la piazza del Comune.

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