Guidonia / Caos cave, il punto dei sindacati. La parola agli imprenditori, Lippiello: “Sei mesi di grande apprensione: impossibile fare progetti in questo modo”

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Alla fine i lavoratori erano tutti intorno ai sindacalisti. Rabbia e preoccupazione, amarezza e consapevolezza. Paura. Paura per un posto di lavoro che sembra essere ogni giorno un po’ più a rischio, paura per un futuro che mai avrebbero pensato essere così nebuloso.

Tempi durissimi per i lavoratori del comparto estrattivo di Guidonia, alle prese con una profonda crisi dei “rapporti” tra imprenditori e Comune, che continua ad opporre stop e revoche alle istanze dei cavatori. Un quadro delicatissimo, discusso dai sindacati di settore nel pomeriggio del 6 luglio nel piazzale della Società del Travertino Romano. Erano più di 200 gli operai intervenuti.

La posizione della CGIL. Il segretario generale della Fillea Rieti Roma Est Valle dell’Aniene Claudio Coltella non lascia spazio a interpretazioni. “La situazione è tragica: siamo fermi a un anno fa”. Così inizia il punto della situazione effettuato dal sindacalista. Una situazione che il sindacato riassume in tre differenti situazioni. Tutte riconducibili alla conseguenza peggiore. Sì, perché è impossibile non considerare le ripercussioni di ogni possibile decisione da parte dell’amministrazione comunale. “Chiudere tutto sarebbe una catastrofe per i lavoratori, e questa evenienza per noi è ovviamente inaccettabile. Non possiamo tuttavia tacere le conseguenze di altre scelte”. Basti pensare alla natura privata di alcune cave, la cui chiusura andrebbe ad innescare ulteriori contenziosi. Ma non solo. “Oggi questo è un territorio vivo: ci sono le imprese, ci sono i lavoratori. Pensare di chiudere vorrebbe dire consegnarlo all’abbandono e al degrado, senza dimenticare le possibili conseguenze sul fronte della legalità: cave e territori abbandonati sono una naturale attrazione per determinati fenomeni sociali”. Una eventualità che rappresentata un vero e proprio pericolo per le generazioni future.

Le soluzioni sono due per Coltella: il rilancio del settore e la garanzia dell’occupazione. “Penso a quegli scarti di materiale, che potrebbero essere riutilizzati e messi a sistema con il resto della produzione. Alcune delle nostre proposte sono state condivise anche dagli imprenditori”. Ed ecco le noti dolenti, quelle relative al rapporto con l’amministrazione comunale di Guidonia. “Prima hanno paventato alcune aperture, ma poi sono puntualmente arrivati provvedimenti contrari”. Le conseguenze sono ovvie. “Impossibile programmare, gli investimenti sono fermi. E sono arrivati i licenziamenti”. Una cinquantina di posti di lavoro sono andati perduti negli scorsi 6 mesi. Un centinaio sono a rischio nell’immediato e circa 250 nei prossimi anni.

Inevitabile il riferimento al Comune. “Quello che ci rammarica è l’approssimazione amministrativa: è impossibile giustificare una serie di provvedimenti soltanto con le motivazioni evidenziate dagli uffici tecnici. Una amministrazione comunale ha il compito di assumersi rischi e responsabilità, per il bene del territorio e dei suoi cittadini: intanto evitiamo la chiusura, poi valutiamo tutto”.

Coltella parla di progetti, che devono andare oltre una idea ambientalista definita “miope rispetto al concetto di recupero. Serve un progetto a lungo termine, per l’occupazione: se il progetto è chiudere, non può definirsi in nessun modo tale”. Dall’assemblea, oltre alla proclamazione dello stato di sciopero, è partita anche la richiesta di un incontro congiunto con il sindaco di Guidonia e i rappresentanti della Regione.

“Senza una soluzione ponte, già a settembre 100 licenziamenti”. Sulla stessa linea del collega anche Remo Vernile, segretario provinciale della FENEAL UIL. “La preoccupazione è inevitabile: tutti i lavoratori sono persone che vivono di questo impiego, che hanno mutui, famiglie e vite”.

Magra consolazione: le cave rappresentano una tematica affrontata – e da affrontare – a livello nazionale, con evidenti vuoti legislativi delle Regioni, enti preposti ad occuparsi dell’argomento. Un tema da affrontare con responsabilità. “Parliamo di un problema locale e socioeconomico: in gioco ci sono 1500 posti di lavori tra quelli del settore e l’indotto”. Previsioni che si raddoppiano andando a considerare proprio le aziende che con il settore estrattivo: ed ecco dunque i 200 posti a rischio nell’immediato e i 500 nel futuro. Una catastrofe, o qualcosa di molto vicino. “La nostra attenzione è tutta per i lavoratori – chiude Vernile – che si trovano al centro dello scontro tra imprese e Comune. Che succederà loro dopo la Naspi?”. Già, che cosa?

“Pronti a metterci in gioco, il Comune però…”. Le parole di Filippo Lippiello, presidente del Centro per la Valorizzazione del Travertino Romano, racchiudono perfettamente la complessità della situazione anche dal punto di vista degli imprenditori. “Veniamo da 6 mesi vissuti ogni giorno con grande apprensione, una apprensione che impedisce la serena progettazione di investimenti, lo sviluppo e la crescita di provvedimenti ideati per garantire sicurezza e tutela ambientale”.

Una situazione che ha messo tutti nella stessa condizione: tra gli imprenditori, durante le numerose riunioni di queste settimane, si è innescata una forte solidarietà: in caso di rinnovo o proroga delle concessioni c’è l’impegno ad assorbire la manodopera che ha perso il lavoro, nell’attesa che la “casa madre” torni a lavorare a pieno regime.

Anche Lippiello non nasconde l’amarezza relativamente all’operato del Comune. “Dicono di voler investire nel nostro settore, ma da gennaio ad oggi sono arrivati ben 28 provvedimenti tra revoche e sanzioni varie”. Tra queste anche verbali di illecito amministrativo, “spesso nati dall’analisi delle sole carte e non della situazione reale”, spiega l’imprenditore. Un paradosso, un altro in una situazione che rischia di girare su sé stessa e di capitolare ogni giorno di più.

C’è la volontà di ripartire. “Noi come imprenditori siamo pronti a metterci in gioco. Il Comune però dovrebbe metter fine allo scontro istituzionale in atto ritirando i ricorsi che hanno presentato alla Presidenza della Repubblica”, chiude Lippiello.

E mentre i lavoratori faranno i loro passi con il supporto dei sindacati, l’attesa è tutta per l’incontro richiesto con Comune di Guidonia e Regione. Il tutto con gli occhi di migliaia di famiglie che vedono a rischio lavoro ed inevitabilmente futuro. Chiudere non può essere un progetto.

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