Fonte Nuova Experience / Le Teorie di Copernico: cantare, respirare, farsi domande

In Terza pagina da Alessandra Paparelli Commenti

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Abbiamo incontrato Francesco Chini, cantautore, con il suo progetto originalissimo “Le Teorie di Copernico“, vincitore di Fonte Nuova Experience, primo contest musicale per band e artisti emergenti del territorio nordest romano e Capitale, realizzato grazie al finanziamento regionale e per la prima volta in un’aula consiliare, quella del Comune di Fonte Nuova. Progetti, disco, live e riflessioni per conoscere meglio questo artista.

Ci ha incuriosito il nome del tuo progetto, scelto come solista. Le Teorie di Copernico. Subito la mente è andata alla descrizione matematica del moto dei corpi celesti che Niccolò Copernico introdusse nella prima metà del XVI secolo. “E in mezzo a tutto sta il Sole”. Sei, siete eliocentrici?

“In realtà credo che l’idea di un sole come centro di un tutto da abbracciare o da mettere in discussione abbia da sempre riguardato la filosofia non meno di quanto non abbia interessato l’astronomia, perché è proprio una forma mentale, uno schema di visualizzazione della realtà sensibile. L’uomo cerca da sempre non solo la luce, ma anche l’origine di quella luce, e con essa l’origine della propria. E con il suo riassumere tanto l’idea di luce quanto quella di calore, poche figure come quella del nostro sole si prestano a simboleggiare tutto questo. Sono percorsi ancestrali, ne è discesa qualunque istanza che abbiamo chiamato cultura nella storia delle civiltà del nostro mondo. Figuriamoci se può non riguardare una cosa piccola come Le Teorie Di Copernico…”

Come nasce il tuo percorso artistico e quanti siete, chi ti accompagna? Inoltre, vogliamo sapere e conoscere i tuoi artisti prediletti, oggi come ieri, fonte di ispirazioni.

“Come anche tu hai ricordato, da un mero punto di vista di paternità, Le Teorie Di Copernico si classificano come un progetto solista. Nondimeno, non credo che riuscirei mai a sentirmi completamente a mio agio nel definirlo realmente e completamente tale anche dal punto di vista della creazione e delle dinamiche grazie alle quali la nostra musica prende vita e forma. Per due motivi.
Il primo è di provenienza: come musicista nasco come uomo da band, come rocchettaro da garage di vecchia scuola, il che mi porta da sempre a credere molto all’interazione tra musicisti, il mito intramontabile della jam session come scintilla creativa.
Il secondo motivo è che la fortuna di aver avuto questo percorso musicale ha in parte rispecchiato e in parte determinato anche quello che è proprio il mio modo di stare in qualunque istanza creativa: se è vero che è nell’affrontare il demone della solitudine che trovo i germi delle idee (o meglio, delle nostre Teorie): è nel confronto e nello scambio che trovano forza e quadratura. E soprattutto, quella gioia espressiva che caratterizza ogni musica appassionata, paradossalmente anche la più triste.
È quindi una gioia enorme poter presentare Manuele “Dean” Di Ascenzo (batteria), Riccardo Piergiovanni (tastiere), Enrico Bertocci (chitarre), Damir Rapone (basso) e Chiara Virzi (management).
Così come è con grande fierezza che mi appunto al petto una spilla da devoto quando si parla di maestri, e allora penso a Pasolini come a Italo Calvino, a Gibran come a Carmelo Bene, a Jung e Galimberti come a Zygmunt Bauman, a Cesare Pavese come a Paz, a Leonard Cohen come a Faber, a Edoardo Bennato come a Francesco Guccini, a Ivano Fossati come a Paolo Benvegnù, agli Scisma come ai Litfiba come agli Afterhours e ai Massimo Volume, a Samuele Bersani come a Niccolò Fabi o a Cristina Donà o ai miei amici Giovanni Truppi e Chiara Vidonis che adoro, o alla mia band preferita dell’età adulta, i miei amati Perturbazione.

Francesco, sei un artista a tutto tondo con un nome noto grazie alla militanza in diverse band capitoline quali Zuma, Rithopagano, Trek e Zephiro. Come sono nate tutte queste collaborazioni e come nasci, artisticamente?

“Come ricordavo precedentemente nell’altra domanda, la mia storia nasce da un legame a doppio filo, che mi farà per sempre da imprinting assieme a quello col cantautorato. Parlo del rock degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, da quello progressivo a quello “colluso” con la new wave e il post-punk fino al grunge e allo stoner. Se ciascuno di questi mondi espressivi è stato ed è per me la sconfinata possibilità di trovare un modo per raggiungere gli altri che è oggi, beh… io non posso che guardare con altrettanto sconfinata gratitudine a quegli anni e a quelle esperienze. Rithopagano, Trek e Zephiro che sono stati uno splendido ponte internazionale verso possibilità sempre maggiori di perfezionamento comunicativo di uno stile già consolidato, certamente; in particolare, la mia band di formazione, gli Zuma, fondata con i miei fratelli Massimo Luci, Daniele Romaniello e Fabio Pizzuti”.

“Giorni fa ho letto una cosa che mi ha commosso: era la definizione che Carlo Massarini, nel parlare dell’ultimo disco di Flavio Giurato, ha usato a questo incredibile cantautore, che ha definito “uno dei segreti meglio conservati della musica italiana. Senza voler scomodare paragoni improbabili, amo pensare che anche la musica data alla luce con questi miei fratelli, insieme a quella di tantissimi altri musicisti della Roma del rock underground dalla fine dei Novanta ad oggi, sia un segreto inestimabile, tanto più prezioso quanto più rappresenta un’opportunità di conoscenza”.

Primo classificato al Fonte Nuova Experience: primo contest musicale emergenti in un’aula consiliare, presso il Comune di Fonte Nuova. Che esperienza è stata per te e come vedi il trasportare cultura, arti, in aula consiliare per attirare, far innamorare, portare cultura tra i giovani del territorio?

“È stata un’esperienza che non esito a definire indimenticabile: abbiamo trovato attenzione estrema, preparazione e competenza, cose che stanno diventando sempre più rare e un approccio addirittura quasi di riverenza nei confronti non solo nostri, ma di tutti gli artisti in gara.
A mia memoria non ricordo ci sia mai capitato non tanto di partecipare, ma proprio di venire a conoscenza di iniziative mosse da uno spirito di così pura dedizione e ricerca del Bello. Non credo lo dimenticheremo mai, ed è una gioia enorme dirlo.
Quanto alla possibilità del “trasportare cultura”, per riprendere la tua curiosa ed efficace espressione, credo e crediamo che in effetti con la cultura tutto segua questa logica di continuo transito. Cos’è ogni scambio se non un transito? Cos’è il tramandare concetti pensati per restare, che chiamiamo “tradizione” ma che poi puntualmente si evolvono proprio perché passano da due labbra a due orecchie diverse, da una penna a un libro a occhi nuovi? Cos’è se non transito ogni ispirazione fornita a (o ricevuta da) qualcuno, anche solo con un esempio virtuoso? E – punto tanto amaro di questi anni – cosa sono le migrazioni, tutte le migrazioni, se non un continuo transito e veicolo di differente istanza culturale? Ecco, credo che se si riesce a mantenere aperta questa logica bidirezionale di scambio tutto torna naturale. E i giovani sono da sempre i più ricettivi e capaci nel cogliere tutto questo, perché sono come la leva di Archimede: date loro un punto d’appoggio e vi solleveranno il mondo”

Ti sei fatto notare per il tuo stile originale e per i testi molto profondi, che ci inducono alla riflessione. Parlaci dei progetti attuali e futuri, l’EP, e anche di Smisurata, che hai voluto dedicare alla memoria di Stefano Cucchi.

“Sono e siamo contenti che questa parte della nostra proposta abbia funzionato nel fare da ponte verso ciò che volevamo dire, chiederci e chiedere, raccontare e cantare. Il nostro è un processo a flusso continuo, che vogliamo non si fermi mai. E sì, il nostro punto di (ri-)partenza è stato proprio “Oh, il buon vecchio Charlie Brown!”, il nostro Ep d’esordio. Un primo tassello assolutamente fondamentale, che ha sancito il nostro punto d’arrivo all’attuale modalità compositiva e di arrangiamento che appunto contiene “Smisurata“, forse in assoluto uno dei brani che maggiormente ci rappresentano. Pur prendendo da subito spunto e posizione dalla vicenda di Stefano Cucchi, era nata come una generica istantanea delle tristi condizioni in cui versa il consorzio sociale italiano, senza altra intenzione.
Ma ha preso ai nostri occhi tutto un altro senso all’indomani della notizia, apparentemente non così collegata, che l’Italia ha dovuto patteggiare con la Corte di Strasburgo per i fatti del G8, inserendo fra le misure riparatorie un grottesco corso di riconoscimento dei diritti umani ad uso e consumo delle forze dell’ordine. Lì abbiamo messo bene a fuoco il vero argomento di “Smisurata”. Non è una canzone contro le vittime dello Stato, ma una canzone contro il nostro essere vittime del nostro non essere praticamente mai uno Stato. È in assoluto una delle canzoni che siamo maggiormente orgogliosi di aver scritto. Spero un giorno di avere il coraggio di farla avere anche a Ilaria Cucchi, anche solo per dirle “grazie”.
Eppure, se ha preso forma è grazie a quella dimostrazione vivente di quanto ogni musicista suoni solo ciò che è, ossia Cristiano Lo Mele, chitarrista nei Perturbazione e nei Toto Zingaro, e nostro meraviglioso produttore artistico. Con lui abbiamo iniziato un percorso magico, la cui prossima tappa è il nostro disco di esordio, al quale speriamo di fare in tempo a far vedere la luce per la fine del 2018, e che si intitolerà “Muoiono solo i vivi”.

La tua è stata un’esigenza espressiva quella di proseguire il tuo percorso artistico da solo? E, legata a questa domanda, c’è un prezzo da pagare per scegliere la libertà, anche la libertà artistica?

“Mi gioco la seconda citazione di questa nostra chiacchierata: un altro mio ispiratore ed eroe canoro, musicale e poetico è Piero Pelù. La sua storia e il suo ruolo nella musica italiana sono evidenti quindi non aggiungerò niente a riguardo, limitandomi a citare un piccolo stralcio di “Brado”, un brano dei suoi Litfiba in cui il Nostro canta “essere liberi / Non è mai gratis”. Ogni gesto di libertà ha un costo ben preciso. Che non è tanto il venir meno dell’approvazione altrui, ma – più radicalmente – il sopraggiungere di un sempre crescente senso di impossibilità di poter avere un’appartenenza”

Dove vuoi portare la tua musica, a chi ti rivolgi?

“In assoluto, una musica è la possibilità di un canto e un canto è la possibilità di un respiro che diventa melodia.
Nel piccolissimo specifico di questo nostro minuscolo congegno comunicativo chiamato Le Teorie Di Copernico, le nostre canzoni sono appunto Teorie, ipotesi, congetture, domande.  Quindi, ricapitolando: cantare, respirare, farsi domande”.

Si ringrazia Stefano Ciccarelli per la foto

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